Con santa pazienza
Ho dovuto aspettare Con quanta buona fede Sono stato ad ascoltare Cara, cara democrazia Sono stato al tuo gioco Anche quando il gioco Si era fatto pesante Cosi mi sento tradito O sono stato ingannato Mi sento come partito E non ancora approdato Sento un vuoto Sento un vuoto al mio fianco E nessuna certezza Messa nero su bianco Con benedetta arroganza Sono stato avvilito Con quanta leggerezza Sono stato alleggerito Cara Cara democrazia Cara gemma imperfetta Equazione sbagliata Non scritta e mai corretta Ivano Fossati
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#5
E’ ottobre e c’è già la prima neve. Mai al mio compleanno ha fatto così freddo. Guardo la cima bianca dei monti che si affacciano sulla valle, mi stringo nel giaccone, il mio respiro si scioglie caldo nell’aria.
Mia sorella è sulla porta di casa che pulisce gli ultimi gradini, la riconosco dalle spalle curve e dall'accento della sua voce mentre canticchia. Mi fermo e aspetto che rientri, non vorrei farmi vedere ma lei si gira e mi guarda prima con aspetto interrogativo e poi mi fa un mezzo sorriso.
-Che ci fai qua?- mi dice appoggiando la scopa al muro.
-Son tornato un po' a casa. Non si può?- le rispondo alzando le spalle.
-E il lavoro?
-Ferie arretrate. Valentina?
-E' dentro.- Mi fa segno con il viso verso la porta e io entro.
La trovo stesa sul divano con l'i-pod nelle orecchie, i piedi penzolanti nelle converse e i capelli tutti tirati indietro. Non si accorge subito della mia presenza, devo muovermi un po' nella stanza prima che lei si giri e si getti con le braccia verso di me.
-Zioooo!
Adoro il modo in cui trascina quelle o. Meno lo sguardo di mia sorella.
-Hai finito i compiti?
-Uff..., mamma, che palle! Ti ho già detto che li faccio più tardi!
-Cioè a mezzanotte.
Valentina mi guarda pregandomi di intervenire a sua difesa.
-Dai lasciala stare. Studierà più tardi.- dico accarezzandole le braccia.
Sento lo strusciare delle pantofole sul pavimento, quello inconfondibile di mia madre. E sembra un cane in festa con gli occhi lucidi e non vede l'ora di prepararmi la cena e farmi mangiare fino a scoppiare. Odio questo modo contadino di vivere e di ricevere gli altri. Soprattutto me.
Ma oggi voglio fare festa dentro di me, voglio essere altro da ciò che sono di solito, voglio mandar via questa rabbia che mastico da mesi ogni giorno. Non so perché sono tornato, ma son qui e provo a guardarmi intorno e a trovare qualcosa di interessante che mi scuota perché sto cadendo sempre più giù e non riesco a trovare un appiglio.
Seduto sul divano allargo le gambe e scivolo con la schiena in avanti. Ora ricordo perché odio i ritorni a casa. Il pranzo pesante e abbondante, la mamma che si offende se lascio qualcosa nel piatto e mia sorella che sbuffa per i tanti piatti da lavare.
Valentina si è appoggiata alla mia pancia e ora dorme beata con i capelli sciolti che le cadono in avanti e le coprono il viso. E sembra che sia proprio lei, la mia piccola gioia, il mio unico appiglio ogni volta che ritorno a casa. Forse perché con lei mi sento piccolo anch'io.

#4
Rossana mi guarda come se avesse intuito il mio disagio a trovarla sotto casa mia. Non me lo aspettavo, e adesso mi sudano le mani mentre cerco di aprire la porta. Non so cosa sia venuta a fare e non so cosa dire ma ci pensa lei a rompere il silenzio parlandomi di qualcosa di indefinito.
Dopo un paio d’ore me la ritrovo a girare per casa in perizoma, ubriaca che cerca di farsi un caffè. Dopo un martini, due gin lemon e sul finire una tequila le riesce difficile mettere la polvere nera nel filtro senza spargerne una gran quantità sul pavimento. Mi avvicino e le soffio in un orecchio, le prendo la moka dalle mani incerte e la chiudo stringendola bene prima di porla sul fornello. Lei ridacchia stupidamente.
-Facciamo un gioco- le sussurro girandole le braccia dietro la schiena e legandole con uno strofinaccio che stringo sui polsi. Stupida e semicosciente, la tengo per un gomito, la dirigo verso il divano e lì la lascio cadere, a testa in giù, guardandole la schiena nuda e il sedere, segnato dal sottile filo rosso del perizoma. Continua a ridere, sembra che tutto questo le piaccia, sarà l’alcol, sarà l’incertezza di non rivedersi.
Sento lo scroscio del caffè che fuoriesce mentre Rossana ride adesso in maniera confusa, la prendo per i capelli e le guardo il volto. Mi sbaglio, non è un ghigno da troia ubriaca, è solo singhiozzo e lacrime: piange come una ragazzina. Il caffè continua a gorgogliare, lei mormora qualcosa che non capisco, la slego e la lascio sul divano mentre continua a piagnucolare come una bambina.
Sembra che a ogni singhiozzo diventi sempre più piccola, riduca la sua età fino a tornare grembo e potenza e null’altro che un groviglio di carne nuda che giace sul divano del mio soggiorno. Spengo il fuoco sotto il caffè, lo zucchero e gliene porto un po’ mentre lei si copre vergognosa. Le prendo un plaid e glielo metto addosso, lei si accoccola sul divano.
La mattina dopo la trovo già vestita che beve un bicchiere di latte, ha gli occhi segnati e il viso pallido. Mi guarda sperando che le dica qualcosa ma io non parlo, da grand' uomo bastardo quale pensa che io sia aspetto solo che se ne vada. Mi siedo sul divano con l’accappatoio semiaperto e la guardo sorridendo malignamente. Lei alza i tacchi e sparisce. Speriamo per sempre.

E' aperta fno al 20 gennaio questa mostra un po' diversa da ciò che ci si aspetterebbe di trovare. I dipinti in questione sono degli "ospiti" nelle varie sale, intrusi che dialogano o si contrappongono alle tele della collezione permanente ospitata dal museo. Un giro vorticoso, un po' dispersivo (necessaria a parer mio una guida) che a volte stupisce e a volte lascia perplessi.